Home > Argomenti vari, Argomenti vari, Racconti, Sentimenti, Società > Supereroi per sempre: 1. Vecchie glorie

Supereroi per sempre: 1. Vecchie glorie

26 Marzo 2012


Non so come, quel giorno mi ritrovai a passare per il centro tennistico del Gorilla. Forse ero sovrappensiero, o forse sotto sotto avevo voglia di rivederlo, chissà, anche se sapevo che se mi avesse avvistato non avrebbe resistito alla tentazione di propormi una partitina a tennis, gioco per il quale stravedeva da quando, come me, si era ritirato dalla carriera supereroistica.

Il Gorilla era stato uno dei componenti originari della Lega dei supereroi, insieme a me, Sky Rocket, Purple Train, l’Uomo Titanico e Spiral Girl, ed era un tipo in gamba; nulla da dire, coraggioso e valente come eroe. Fattostà che però ormai il rapporto tra di noi si era incanalato su una via che comprendeva la battuta e il motteggio a oltranza, cosicché trascorrevamo praticamente tutto il tempo, ogni volta che ci vedevamo, a scambiarci scherzi filosofeggianti oltremodo offensivi e piacevolmente scurrili, i quali, vi assicuro, se da un certo punto di vista potevano rivelarsi assai divertenti e capaci di far passare noiose giornate che altrimenti sarebbero state molto grigie, da un altro punto vista avevano determinato la non sempre augurabile situazione che ci si sfottesse sempre e comunque, e anche su argomenti duri da digerire come la morte. Ancora avevo ben presente di quella volta che, non sapendo della meschina fine della sua fidanzata dell’epoca, la Fiamma Umana, osai fare l’ennesima battuta che poi si rivelò essere assai fuori luogo. Gli chiesi che fine aveva fatto la sua focosa ragazza e se ancora non si era consumata pienamente a forza di bruciare di rabbia per le sue inadeguatezze sessuali, e lui abbassò gli occhi e mi disse che il Freezer Lunatico l’aveva da ultimo rapita e poi ammazzata gettandola nella parte scura della Luna…

Da allora il nostro rapporto entrò in crisi, perché entrambi rimanemmo consapevoli di quello spiacevole accaduto e, a forza di rimandare di cercare di sistemare la situazione, l’avevamo infine così cristallizzata che oramai era impossibile, sia per lui che per me, di porvi un qualche rimedio, o anche solo una pezza. Era per questo che tendevo a evitare il Gorilla dalla data di quell’incidente. Ma oramai ero giunto proprio innanzi al suo club di tennis per supereroi ed era assai probabile che da un momento all’altro mi spuntasse davanti e mi fermasse chiedendomi di fare qualche scambio con lui.

Infatti fu quello che puntualmente avvenne. Udii scampanellare alle mie spalle e me lo vidi sulla sua due ruote (altro suo hobby da quando aveva appeso il costume al chiodo) venirmi incontro pedalando lento, senza mani, in maniera che la sua bici tendesse naturalmente a sfarfallare un po’ a destra e un po’ a sinistra, a seconda della pedalata.

Mi sorrise e mi chiamò come ormai solo lui mi chiamava, con quel vecchio nome che avevo subito rintuzzato appena spuntato sui giornali. «Camaleonte!», mi disse. A inizio carriera ero chiamato Camaleonte perché una delle mie caratteristiche era talvolta quella di cambiare il colore della mia carnagione a seconda dello stato d’animo che vivessi in quel momento, o che vivessero le persone a me attigue. In realtà non era proprio un potere, quello, diciamo che era più un mio attributo secondario (nella maggior parte delle volte del tutto inutile). Perciò ci tenevo che per la stampa io fossi sempre chiamato l’Empatico, dato che quello era il mio potere: comprendere e/o indurre delle sensazioni nella gente (cosa questa, sì, assai utile nella lotta contro i malviventi).

Ovviamente il Gorilla non aveva avuto molta fortuna invece con il suo nome. Glielo avevo infingardamente affibbiato proprio io, e con grande gusto, sapendo che lui un po’ ci si arrovellava, perché anche lui ne avrebbe voluto in sorte uno più moderno, o fico. E invero aveva provato a farsi chiamare prima Ercole e poi Sansone, dopo la sua conversione al Cattolicesimo e dopo il matrimonio. Peccato però che su quell’argomento ormai avessi già piantato semi che erano cresciuti diventando robusti, e ormai tutti non potevano non notare le sue gambe corte e secche e il suo petto enormemente sviluppatosi, il quale era il frutto di un esperimento genetico, riuscito solo per metà, che gli aveva, sì, donato forza e agilità sovrumana, ma lo aveva anche fatto ricoprire di pelo, facendogli aumentare pure l’aggressività. Questo almeno prima che cominciasse a prendere le sue medicine stabilizzanti, le quali tornarono a renderlo il mansueto cazzone sparacazzate di sempre.

Mi si affiancò con la bici e mi disse le solite frasi di rito, che ci facevo là e come stavo, e io gli risposti tutto okay. Non passarono cinque secondi che mi chiese se mi andava di fare una partita. Provai a tirarmi indietro dicendogli che ormai ero vecchio anche per il tennis, ma lui chiaramente insistette.

In quel momento notai una cosa assai insolita. Sul tratto che entrambi percorrevamo vidi a distanza di pochi metri ben tre gomme da cancellare. Erano bianche e abbastanza nuove, ma non totalmente. Qualcuno doveva averle perse chissà come (forse un padre che, venendo al circolo, si era portato appresso anche la cartella del figlioletto che ancora faceva le scuole elementari?). Senza pensarci le raccolsi e me le misi in tasca. Il Gorilla non mi disse nulla e anzi mi incoraggiò. Mi disse che gli facevo pure un favore se le prendevo io perché comunque lui le avrebbe dovute raccogliere per poi buttarle nella spazzatura. Inoltre il Gorilla, conoscendomi bene, sapeva di quella mia mania per le gomme da cancellare. Stranamente, fin da piccino, dall’asilo, quando mi capitava sotto mano una gomma da cancellare, non potevo fare a meno di rubarmela (e per fortuna che da adulto mi capitava solo saltuariamente questa cosa, altrimenti forse avrei avuto la grave infamia, io, un supereroe molto celebrato e con una grande carriera alle spalle, di finire in galera per… un articolo di cancelleria da pochi centesimi!).

Il Gorilla premeva troppo per la partita (non vedeva l’ora di stracciarmi, poiché doveva sapere che le nostre differenze fisiche sul campo da gioco sarebbero state lampanti ed evidentissime, come se un bambino avesse affrontato un adulto). Oramai ci sarebbe rimasto troppo male se non avessi accettato. Così feci lo sforzo di acconsentire per passare un paio d’ore in sua compagnia.

I commenti sono chiusi.