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Supereroi per sempre: 2. Tragedia al club

28 Marzo 2012


Provai anche a dirgli che non avevo l’attrezzatura giusta, né racchetta, né tanto meno scarpe, ma ovviamente lui mi disse che non c’era alcun problema e che nel suo club si forniva tutto, anche le mutande alla bisogna, perché gestire un club di tennis per supereroi implicava doversi fare carico di una serie di problematiche che prevedevano un po’ tutto. Per cui lui, questioni simili, le aveva già preventivate da un pezzo.

Mi portò negli spogliatoi, mi fece scegliere gli abiti, e anche la racchetta (ne presi una in grafite nera che era un gioiellino). Poi uscimmo verso i campi, e più ci avvicinavamo e più udivamo i classici rumori delle palline colpite, oltre che un vociare divertito di super che durante le pause, tra un punto e l’altro, non riuscivano a trattenere l’ugola, ormai abituatisi a trattare con supercattivoni iperloquaci e logorroici che amavano conversare mentre cercavano di cuocerli al forno o elettrizzarli con una scarica mortale…

Notai che il campo era molto frequentato da velocisti. Il tennis pareva attirare sopratutto supereroi di quella specie. E assistetti all’incredibile spettacolo di vedere un tale che si muoveva così veloce che i miei occhi stanchi lo percepivano solo come una scia, il quale mi mostrò come giocare una partita (molto equilibrata) contro di sé, vincendo e perdendo contemporaneamente. Un’esibizione impressionante, che mi fece capire che quello che invece avremmo fatto io e il Gorilla su uno dei campi centrali sarebbe stato al confronto uno spettacolo indegno e indecoroso.

Sorvolo sul match. Dico solo che vinse il Gorilla, ma non perché fosse più bravo tecnicamente di me, ma solo perché correva così tanto che anche se la mia classe era incommensurabilmente migliore della sua, mi toccava fare il punto almeno quattro o cinque volte prima di vincerlo per davvero, poiché lui arrivava sempre sulla palla, riuscendo spesso a rimandarla dall’altro lato della rete…

Così ci avviammo nuovamente negli spogliatoi. Io ero stanco morto e un po’ depresso per la cocente sconfitta. Lui invece aveva acquisito un discreto buonumore e mi cominciava a sfottere con le solite battute che propendevano verso la mia ridotta sessualità di mezzo uomo…

Mi adagiai pesantemente su una panca di legno e mi tolsi le scarpe. Ero stanco e, fosse stato per me, sarei rimasto lì almeno una ventina di minuti prima di riprendermi. Accanto, altri uomini si facevano gli affari loro (era infatti uno spogliatoio comune e non eravamo soli, io e il Gorilla).

Ma a un tratto una crescente sensazione di panico si sparse un po’ ovunque (e dapprima non si capiva da dove venisse). Della gente cominciò a sfrecciare in tutte le direzioni. Il Gorilla si allarmò, per primo perché quello era il suo club ed era lui il responsabile, bene o male, di tutto quello che accadeva. Vivemmo degli attimi di concitata tensione. Poi il Gorilla chiese «Ma che succede?! Qualcuno vuole farmi il favore di riferirmelo?!», e un tipo stile blob, la cui massa gelatinosa era simile a quella di un budino al caramello, gli disse, mentre fuggiva verso destra… «C’è uno con la pistola!».

Non ci fu nemmeno il tempo di domandare “dove?” che il tale in questione ci fu davanti. Aveva indubbi caratteri fisici orientali (era cinese o giapponese), era vestito di nero, aveva un volto allucinato (forse era drogato), e teneva quel revolver (che sembrava molto pesante) in pugno, con tutta l’aria che prima o poi l’avrebbe davvero utilizzato.

E infatti dopo che la sua attenzione fu catturata dapprima su il Gorilla e dopo su di me, che stavo perdendo il controllo della mia pigmentazione e passavo dal rosso, al blu, al giallo, senza soluzione di continuità, il tipo mi puntò la pistola alla faccia (ero a due metri da lui e mi sembrava vicinissimo) e fece per far scattare il grilletto. «Vi ucciderò tutti, super di merda!», disse.

Utilizzai il mio potere empatico per attuare un complicato stratagemma difensivo che adoperavo sempre qualora volessi confondere il mio avversario: gli feci così spostare la mira quel tanto che bastava per mancarmi. Il colpo esploso prese il Gorilla su di un braccio, ma io sapevo che per via della sua pellaccia dura difficilmente gli avrebbe prodotto danni seri. E infatti il proiettile lo scalfì solo, rimbalzandogli contro e terminando la sua corsa a terra.

Il giapponese allucinato sembrava sorpreso di avere sbagliato mira, ma pure consapevole del motivo del perché questo fosse successo. Mi si avvicinò allora minaccioso, intenzionato a riprovarci. Feci sbottare il mio potere al massimo grado e tentati di farmi consegnare la pistola. Ma avvenne una cosa inaudita e lui mi resistette (non era mai accaduto prima che qualcuno potesse riuscirci a quella distanza così breve; inoltre sentii il mio potere come se accusasse una ripercussione, un’eco, come se entrasse in risonanza con un potere simile o speculare… Avrei capito dopo di cosa si trattava).

Ma l’agire del mio potere, unito con la sua riluttanza mentale, produssero un cambiamento sostanziale nella sua psiche e lui, capendo che non sarebbe mai riuscito a premere ancora il grilletto verso di me, si sentì l’essere più miserabile del creato, lasciò sgorgare il suo vero io inadeguato e infantile, e si avvicinò la rivoltella alla tempia. Si voleva ammazzare, come un kamikaze fallito che non potesse più crear danni al suo avversario.

Tentai ancora di impedirglielo, ma lui si dimostrò per certi versi più forte di me e si spostò la canna della pistola dalle meningi alla base molle del mento. Poi mi guardò con i suoi occhi enormi e tristissimi e mi disse con fare piagnucoloso e melenso «Così sarò più sicuro di morire…».

Il Gorilla, comprendendo l’ardua lotta psicologica che stesse avvenendo tra me e l’attentatore, e che essa in qualche modo immobilizzasse e intralciasse non solo questi, ma anche me, cercò di intervenire presagendo come sarebbe andata a finire. Ma non fece in tempo a sfilargli quella dannata rivoltella dalla mano e a impedire il folle gesto.

Il giapponese matto si sparò in gola e io vidi i suoi occhi perdere luce e spegnersi per sempre (o almeno così credevo)…

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