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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

Anarcolessia: L’Apocalisse

10 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Jolanda fremeva dalla smania: sarebbe stato quello il giorno della distruzione, dove sarebbe sceso il giudizio divino sugli uomini, e si sarebbero divisi i buoni dai cattivi… Nel suo piccolo cuore si alternavano battiti di dignità e di liberazione…

Smilzi che fumano

10 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Quando vedo un tipo magro che fuma penso: sei già uno scheletro e fumi pure?

Hildita e la sua autovettura

7 Dicembre 2014 2 commenti


Non sapevo che ci sarebbe stata anche lei. È stato tutto casuale. Ed eccola qua. La rivedo dopo tanti anni. Allo stesso tavolo, seduti assieme, con solo una persona che ci divide. Ci siamo salutati senza manifestare particolari emozioni, come se ormai nessuno dei due facesse più affidamento sull’altro. E questo è normale. Però sembrava non ci fosse risentimento di fondo. Per me è sicuramente così. Chissà se lei, nel profondo, mi odia. Chissà se ce l’ha con me per non aver insistito. Non sembrerebbe. Anche se non si sa mai con le donne. Però lei è diversa. Non è una che sta sempre a fingere. No. Adesso capisco. Non ce l’ha con me. Però è molto scoraggiata da tutto e tutti. Sento che è così anche se si è camuffata d’un umore abituale.

Luce soffusa e musica che tende a sovrastare ogni altro suono… Tutti i nostri occhi sono puntati al centro della pista, dove c’è la gente che balla e dove succedono le cose e c’è l’intrattenimento. A un certo punto il tipo che entrambi conosciamo, che fa da barriera protettiva l’uno nei confronti dell’altra, senza manifestare alcuna avvisaglia, si alza dirigendosi spedito al centro della pista. Così si crea un vuoto (che dà fastidio) tra noi due. Tu continui a guardare imperterrita la pista. Io no. Io guardo te.

Lui si butta nel ballo. E chi lo avrebbe detto che era un ballerino provetto. Tu e io invece non abbiamo mai ballato una volta in vita nostra. Io però per te farei un’eccezione. Con te, un bel lento lo farei.

Mi sposto dove prima sedeva quello. Comincio a parlarti. Non sembri infastidita. Così, lentamente, sono sempre più audace… Voglio rientrarti nel cuore. Dico qualsiasi tipo di stronzata pur di farti parlare. Seleziono con attenzione le argomentazioni da dibattere: quelle che incontrano i tuoi favori le tengo; casso i buchi nell’acqua e i vicoli ciechi. Trovo presto qualcosa che ti prende. Tanto che cominci a sorridermi e a guardarmi ogni tanto distogliendo gli occhi dalla pista, che finora ti ha calamitato ogni singolo battito di ciglia.

Mi rendo conto invece che i miei battiti di ciglia sono diventati così rapidi, da un po’ di tempo, che la gente non li capta. Così sembra quasi che non batta mai gli occhi. Ed ecco che sono diventato uno di quei tipi apparentemente sicuri di sé che non tentennano mai. Magari fosse così…

Forse non dovrei farlo, non dovrei farlo di nuovo. Non dovrei riconquistarti un’altra volta. Ma tu sei così bella, e non hai nessuno attorno a te, che mi sembrerebbe uno spreco lasciarti giacere qui da sola, sapendo che ti maceri, senza che nessuno ti conceda tutte le attenzioni che meriti. Questi stupidi non lo sanno chi sei. Per loro sei solo una come tante, ma io so quanto tu sia la più speciale di tutte.

La mia Hildita è sempre la migliore a suo modo (so che non ti piacerebbe sapere che ho aggiunto quel “a suo modo” ma tanto non te lo dirò mai cosa intendo davvero…). È la ragazza più pulita che conosco. E non mi riferisco certo all’igiene personale, quanto invece alla sua purezza d’animo. No, lei non cambierà mai, nel bene e nel male. Per questo il mondo la farà sempre piangere tante lacrime amare. Perché lei non può proteggersi dalla cattiveria, non ne è capace. Prova a reagire, a ribellarsi, ma la cattiveria la distrugge.

Che gran desiderio di proteggerla che provo… Qui è al sicuro. Qui con me sei al sicuro, Hildita mia.

Beh, sono contento che oggi non la sto vedendo piangere. E sono contento che riesco pure a farla ridere. Lei si interessa sempre più a me.

Vedo la pelle del suo braccio candido. La voglio toccare. Non dovrei stabilire questo contatto epidermico con lei. È sempre pericoloso farlo. E poi si perde subito la misura. Tuttavia lo faccio. E già penso: vedrai che adesso con una scusa si ritrae. La capirei, non vuole ricaderci. Io l’ho fatta stare male in passato e lei non vuol soffrire ancora… È comprensibile, anima mia.

Ma lei non lo fa. Non mi respinge. È come se non si accorgesse della mia mano che le tocca il polso. D’altronde continuiamo a parlare come se niente fosse. Non dovevi farlo, Hildita. Non dovevi lasciarmi fare. Io seguo i miei istinti, non ne posso fare a meno. E già so che ti farò del male, pur non facendotelo, perché tu sei tanto sensibile, così sensibile da stare sempre male quando ami…

Divento quasi sfacciato. E dal polso passo alla mano. Intreccio le mie dita con le sue in modo che non possa più liberarsi. Lei neppure ci prova. È contenta. È felice. Che bello. La sto rendendo felice. Se lo merita. Almeno questo. Forse ho fatto bene tutto sommato.

Le stringo le dita. Lei accetta, accetta. Le sento pulsare il sangue. Non distinguo se è il mio o il suo. Credo che comunque i nostri cuori siano perfettamente sincronizzati, ora.

Il resto scorre liscio come l’olio. Neppure devo pensare a strategie di sorta. Il che è un bene, sennò si aumenterebbe il mio senso di colpa perché mi parrebbe di trascinarla sulla cattiva strada. Ci viene naturale baciarci. E da quel momento non esiste più la pista. Stiamo tutto il tempo abbracciati. La pista adesso le sembra la cosa insulsa che a me è sembrata fin da quando ho messo piede in questo locale.

Alla fine è lei a stringermi le dita con violenza. Contraccambio. Tanti abbracci per la mia Hildita. Tanti abbracci per non farla sentire sola. Non sei sola. Ti amo sempre. E sempre sarà.

*

Una settimana dopo siamo tornati assieme (da una settimana). Lei è a casa. Passerò dopo da lei. Adesso sono in macchina, nella sua macchina. Me l’ha prestata. Me la sono fatta prestare per fare dei giri. Non ha fatto la minima storia. Ma io, per sentirmi meno in colpa, ho fatto subito il pieno e già che c’ero ho cambiato l’olio, che tanto bisognava farlo. Ho accompagnato Marika al lavoro. Hildita non conosce Marika e non mi sogno di dirle chi è. È solo un’amica ma lei non comprenderebbe mai. Vedrebbe l’intimità che c’è tra di noi e si ingelosirebbe. E ricomincerebbe il suo inferno. So che quando va in paranoia si ammala e non è possibile sanarla. Entra in un vortice di sospetto e autocompatimento che la porta a odiare tutti e non fidarsi di nessuno. E mi fa tanta paura quando fa così, perché so che si spinge al limite e che io non posso fare nulla per lei. Neppure io posso farla ragionare. È come un toro che vede tutto rosso.

La macchina mi è servita anche per fare un viaggetto da April. April è una bambina tanto amabile. A Hildita piacerebbe, se la conoscesse. Peccato che ben presto, anche qui, la comincerebbe a vedere non più come una ragazzina ma come una rivale e finirebbe per darmi una specie di ultimatum, ne sono certo: o me o lei, mi direbbe. E io non voglio rinunciare ad April perché anche lei ha sofferto tanto in vita sua e si merita qualcuno che le voglia bene, seppur come un fratello maggiore. Un giorno anche lei incontrerà l’uomo della sua vita e allora io le dirò che è quello adatto e gliela affiderò con commozione ma senza tentennamenti. E lei se ne andrà lontano da me e forse non la vedrò più. Ma se sarò fortunato potrò continuare a vederla una volta ogni tanto, con soddisfazione di entrambi. Ecco, allora io e Hildita potremmo frequentare lei e il suo compagno. Solo che… chissà cosa sarà accaduto tra qualche anno. Già adesso lo sento così a rischio il rapporto tra me e Hildita… Lei non vede la verità. Vive in un mondo tutto suo e non vuol sentire parlare del fatto che io non mi sento di stare con nessuna, né con lei né con altre. Crede che bari, che sia un latin lover o un fottuto egoista figlio di puttana che ami le femme fatale. Come no. Proprio io…

Con la sua macchina ho anche accompagnato Lucy a fare la spesa. È così dolce Lucy. Ed è povera. La debbo sostenere ogni volta che posso. E questo è il terzo “tradimento” che ho fatto alla mia Hildita quest’oggi. Cioè, anche se non sono veri tradimenti, dentro il mio cuore sento che è come se lo fossero, perché se lei sapesse che ho usato la sua macchina non per accompagnare mia madre all’ospedale ma per intrattenere rapporti con tre altre ragazze di varie età e tipologie diverse, non ne uscirei vivo. Né io né il nostro rapporto. E lei rientrerebbe in depressione.

La cosa brutta è questa. Che stasera dovrò tornare da lei e dovrò mentirle. Mentirle anche se non ho fatto nulla di male, anche se non le ho messo le corna. E quando lei mi chiederà se l’amo, le dirò che è sottinteso che l’amo. Ma non riuscirò mai a dirle che questa vita che conduciamo è solo momentanea, che un giorno già so che finirà, anche se non so quando, e anche che, per lei e per me, vorrei prolungarla all’infinito, potendo. Ma non sono dio, è non è in mio potere realizzare questi desideri e rendere le persone felici per sempre. Io posso donare solo qualche breve alito di felicità. Questo ha deciso per me il mio destino.

Anarcolessia: Padrona della vita o della morte del Dittatore

7 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Therese si sentì inebriata. Ci era riuscita! Ci era riuscita davvero e il Dittatore era alla sua completa mercé… Come sarebbe stato facile adesso conficcargli uno spillone in gola o dentro un orecchio… e liberare così il popolo dalla sua fetida tirannia… Sarebbe stato quello che si meritava… E quello era il momento giusto di punire tutti i soprusi che si erano perpetrati tramite la sua figura… Avrebbe potuto (e dovuto) vendicare le brave persone e la gente onesta!…

Grassoni che fumano

7 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Quando vedo un ciccione che fuma penso: ma come, già non ce la fai a fare le scale di tuo e fumi pure?!

Ninetto e i bambini cattivi

4 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Ninetto seguì suo cugino, il quale era un bambino di tre o quattro anni più vecchio di lui ma sembrava molto, molto più grande perché ascoltava musica da grandi, mangiava tanto, ruttava, faceva tanta cacca e qualche volta, pensa un po’, andava pure appresso alle ragazze, cosa che Ninetto neppure aveva preso fino allora minimamente in considerazione, anche se era indubbio che gli interessassero anche a lui, le bambine, e anche molto.

Presero l’ascensore per scendere in cortile. Il cugino chiese a Ninetto: «Ti piace la pizza?». E Ninetto, convinto che gli stesse per offrire un pezzo di pizza, annuì convinto. Ma il cugino allora gli diede uno schiaffo. «Ecco la tua pizza, Ninetto!», sorrise malvagio. Ninetto rimase di stucco. Il cugino lo volle avvertire: «Adesso vedrai delle cose un po’… strane. Ma non ti preoccupare che non tutto è così brutto come sembra. Però, certo, è meglio se fai il bravo e righi diritto. Meglio se nessuno ti prende sott’occhio, sennò neppure io potrò salvarti. E se ti chiedono se ti piace la pizza, tu dì di no».

Ninetto, che era molto pauroso, deglutì e si chiese che cosa mai avesse voluto dire il cuginetto. Quelle parole non promettevano nulla di buono. Da quel momento Ninetto strinse le chiappe e stette molto sulle sue, avendo timore di quel che sarebbe potuto accadere. Il cugino sembrava pensieroso tuttavia conservava un velato sorriso sadico sul volto quando guardava gli occhi di Ninetto, il quale pensava: ma se è così pericoloso, perché mi ci stai portando, porca miseria?! non sarebbe meglio andare da un’altra parte?

Arrivarono al pianterreno. Il cugino aprì calmo ma deciso la porta dell’ascensore, fecero delle scalette e si ritrovarono al cortile. Ninetto lo seguì in soggezione senza una parola.

Il cortile rimaneva un posto molto tetro, forse perché aveva degli altri edifici intorno che gli succhiavano via gran parte delle luce. C’erano svariati ragazzini di tutte le età già presenti i quali, quando videro Ninetto e suo cugino, convogliarono tutti i loro sguardi sui nuovi arrivati. Il cugino disse:

«Questo è Ninetto, mio cugino. Non gli rompete le scatole che è piccolo e piange facilmente. Non gli piace la pizza.»

Ninetto rimase molto sorpreso da quelle parole. E per più di un motivo. Per primo non immaginava che il cugino lo considerasse alla stregua di uno smidollato. Poi, suo cugino sembrava cambiato. Pareva una persona estranea, di cui non sapeva niente…

Gli altri bambini lo esaminarono ma non sembrarono molto interessati a lui. Il più grosso della comitiva, uno che era e sembrava anche più grande del cugino di Ninetto, si portò subito verso il cugino, gli mise un braccio al collo e cominciò a stringere dicendo:

«Sicuro che la pizza proprio non gli piace a Ninetto?», Ninetto fece deciso di no con la testa, «Però, se vuoi che non gli facciamo niente, allora ci dovrai dare qualcosa in cambio…»

Il cugino di Ninetto si manifestò infastidito e anche timoroso. Ninetto non lo aveva mai visto chinare gli occhi di fronte a nessuno e questo lo spaventò. Supplicò pietà. «E dai, lasciami stare, non mi far fare figure di fronte a mio cugino…», gli disse pregandolo.

Ma quel marcantonio, che lo guardava con uno sguardo avido e aveva un ghigno malvagio sul volto, non sembrava volerlo lasciare subito: la sua presa era insidiosa come quella di un boa. Allora il cugino di Ninetto, approfittando del passaggio casuale e non lontano di una ragazza, disse a tutti e in particolare al nerboruto che lo teneva sotto scacco:

«Non ha il reggiseno!»

Al che tutti si voltarono a spiarla cupidi, anche Ninetto, che cercò di aguzzare il più possibile la vista per vedere se era vero. E si convinse che davvero non ce l’avesse. La ragazza, avendo percepito che su di lei si fossero poste attenzioni troppo ardite, sembrò mettere una marcia in più per sparire il più in fretta possibile da quella zona malfamata.

La cosa che sorprese Ninetto fu che dopo, il nerboruto, fu come se si fosse dimenticato completamente del cugino, quindi non lo molestò più. Però, forse perché doveva pure importunare qualcuno sennò non si sentiva potente, si scagliò assieme al cugino su un piccoletto che poteva avere l’età di Ninetto, che però sembrava molto più adulto perché aveva un atteggiamento da duro, parlava dicendo molte parolacce e aveva dei capelli molto lunghi. Il nerboruto, catturatolo nelle sue grandi braccia, lo attorcigliò un poco fino a quando il piccoletto fece uscire le prime lacrime. Il cugino lo lasciò sorridendo reo. Solo allora il bullo lo lasciò stare anche lui e il piccoletto, nonostante avesse provato davvero dolore, si pulì subito le lacrime e ci tenne a far vedere a tutti che lui era forte e che quel momento di difficoltà lo aveva già superato tornando un piccolo duro come prima, uno che non piangeva facilmente, e se lo faceva era solo perché gli avevano fatto davvero molto male. Insomma, non era un bambino piagnucolone come poteva essere Ninetto.

Qualcuno aveva uno stereo e si cominciò ad ascoltare la musica ricercando le canzoni più gettonate, che erano tutte dance. Poco dopo si presentò un bambino tutto pulito con la scriminatura da una parte che si vedeva che si era appena fatto il bagno. Con grande stupore di Ninetto, il piccoletto di prima si avventò ora su questo bambino ancora più piccolo e non lo lasciò stare fin quando questi non pianse. Questo bambino era più piccolo di Ninetto e sembrava davvero indifeso, anche Ninetto avrebbe potuto menarlo… Ma perché mai Ninetto avrebbe dovuto farlo?

Ninetto assistette a queste scene di ordinaria violenza rimanendo agghiacciato. Anche un bambino ingenuo come lui capì che questi bambini conoscevano tutti la violenza e solo quella, e che, nella loro gang, per esercitare la propria egemonia e ritagliarsi un ruolo di prestigio, il pesce grande mangiava sempre il pesce più piccolo, ma non quello troppo più piccolo, altrimenti sarebbe stato considerato un abuso (mentre altrimenti non lo era!).

In quella lunga ora anche ad altri venne riservato il medesimo trattamento e Ninetto capì due cose: che era stato molto fortunato a non essere stato aggredito e che quella cosa era avvenuta solo esclusivamente per l’intercessione benevola del suo cuginetto (che più che altro non è che fosse stato buono con lui, solo poi non avrebbe potuto spiegare alla zia le lagrime di Ninetto); e che proprio suo cugino, nella scala gerarchica della banda, veniva direttamente dopo il marcantonio, essendo quello piazzato meglio fisicamente e anche più grande d’età…

Ninetto uscì sano e salvo da quell’avventura, seppur molto scosso. Poi quell’anno Ninetto capitò una volta in pineta con il cugino e a un certo punto questi gli disse che se non correva lo avrebbe “pestato”. Allora Ninetto, spaventato oltremisura perché quelle parole erano state pronunciate con un’accezione molto realistica e malvagia ed erano assai inconsuete da parte di suo cugino, cominciò a correre a perdifiato. Ma, manco a dirlo, suo cugino era veloce almeno quanto lui e resistente molto di più. Così Ninetto, sfiancato dalla corsa, decise di fermarsi buttandosi a terra come a dire: okay, mi hai preso, mi arrendo. Ma il cugino crudele non volle rinunciare al gusto di salirgli sulla schiena e assestargli una ginocchiata molto dolorosa che fece assai dispiacere Ninetto per quella violenza insensata. Solo allora il cugino lo lasciò stare. E quando gli adulti presenti si accorsero dell’accaduto, nessuno fece o disse nulla. Fecero tutti finta di niente.

Volete sapere come terminò quella storia? A venti anni il cugino di Ninetto ingravidò una tipa. A ventuno ne ingravidò un’altra che stavolta dovette sposare. A ventidue anni scappò dal tetto coniugale e se ne trovò presto un’altra. A ventitré anni mandò all’ospedale una sua ex (fu questa la prima volta che la circostanza fu appurata, ma ce ne erano state delle altre in precedenza). A ventiquattro anni si ruppe una gamba tentando di spaccare un muro in cemento con un calcio, per scommessa. A venticinque anni fu arrestato durante una rissa mentre era ubriaco. A ventisei anni fu beccato dalla polizia perché si accorsero che aveva saltato la chiamata militare. A ventisette anni picchiò un trans (perché, disse, non lo aveva soddisfatto abbastanza). A ventotto anni cominciò a lavorare in un mattatoio (che forse gli fece scattare qualcosa nel cervello e lo rese insensibile alle crudeltà e alle uccisioni, se ancora non lo era). A ventinove anni cominciò a essere ufficialmente un serial killer, cioè a uccidere in serie persone su persone, anche per futili motivi, anche senza motivo, persone che talvolta neppure conosceva.

A trent’anni era già uno spacciatore professionista, fu catturato negli Usa e fu condannato all’iniezione letale. Su di lui caddero anche delle accuse di pedofilia che tuttavia non furono mai dimostrate.

Bambini cattivi. Dietro di loro, quasi sempre, ci sono persone ugualmente cattive. Oppure assai inadeguate a svolgere quel ruolo così delicato che è il ruolo di genitore.

Ninetto invece era un bravo bambino.

3<–

;-P

 

Anarcolessia: La malia di Therese

4 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Quei seni avevano il sapore dello zucchero filato e lui non mancò di notarlo.

Therese rise come una maga. A lui vennero dei capogiri e il letto e tutta la stanza gli iniziarono a ballare sotto il sedere. Si immaginò su di un materasso ad acqua (quando non era così). Svenne e non avvertì né capì più nulla.

 

La dignità di un gatto

1 Dicembre 2014 Commenti chiusi


A pochi metri, me ne accorgo. È lì sdraiato davanti a me che sembra sbarrarmi il cammino. Non è forse il gatto che proprio ieri vidi attraversare la strada, senza percezione del pericolo, venti metri più dietro? Forse. Ieri mi aveva dato una strana sensazione di sicurezza, quasi menefreghismo. Ma forse interpretai male quella sensazione.

È molto bello. E mi guarda fissamente, severo. Così fisso che mette i brividi. Che mi stia avvertendo di non valicare i confini del suo territorio altrimenti mi aggredirà? Oddio, con quello sguardo, ne sarebbe benissimo capace…

Si è disteso proprio di fronte a questo ricovero per vecchi. E la cosa non può essere casuale. Forse qui, in precedenza, ha trovato qualche buon anziano che ha avuto qualche pensiero gentile per lui.

Decido di fare ancora qualche passo verso di lui spostando il mio cammino di appena pochi gradi. Il gatto non guarda me, mi accorgo. Guarda alle mie spalle. Bene. Allora quasi quasi, se non scappa, gli faccio una carezza. Di solito non la faccio ai gatti randagi, ma questo mi è sembrato da subito speciale…

Sennonché mi rendo conto finalmente di come stiano le cose. La sua pancia non si muove. Il suo sguardo è troppo fisso. E sul lato che mi mostra ha una specie di squarcio, può essere?, anche se il pelo nasconde tutto. Uno squarcio quasi sicuramente frutto di un trauma violento.

Che pena che mi fa. È morto. Anche se il suo sguardo sembra quello di un vivo. Penserei che fosse ancora vivo, se non fosse per quel particolare che non respira, il povero gatto.

La mia mente cerca una spiegazione navigando in possibili scenari svoltisi forse la sera prima… E nel primo il gatto viene investito da un’automobile e poi riesce a trascinarsi debolmente fin qui, alla vana ricerca di un aiuto che non verrà. Nel secondo il gatto viene ammazzato appositamente per essere messo davanti a questo luogo come segno ammonitorio. Purtroppo esistono mostri (che non meritano di vivere) in grado di farlo…

Sgomentato e scioccato, sono quasi tentato di suonare il campanello del ricovero degli anziani. Ancora non si devono essere accorti di nulla. Ma no… Poi che direi? Così procedo, scosso, non potendo smettere di pensare all’estrema dignità del gatto spirato, dignità difficile da trovarsi in un uomo.

 

Anarcolessia: Il piano anarchico

1 Dicembre 2014 Commenti chiusi


«Oggi, in questa sede nascosta, l’autoproclamatosi Tribunale del popolo ha deliberato il rapimento del Dittatore dello stato X, per ottenerne la sua successiva confessione circa le principali scelleratezze di cui tale despota si è macchiato. Questo è sancito e questo verrà eseguito, finché avremo forze per farlo! Per sempre uniti, fratelli e sorelle!»

Vecchi che fumano

1 Dicembre 2014 Commenti chiusi


Quando vedo un vecchio che fuma penso: hai già un piede nella fossa e fumi pure?